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L’emergenza coronavirus, che si è inserita in un mercato auto dell’Europa Occidentale che già nei primi due mesi dell’anno era fiacco, ma aveva comunque contenuto le perdite nel 7,2%.

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Secondo i dati diffusi da ACEA, i Paesi dell’Unione europea allargata all’EFTA e al Regno Unito hanno immatricolato 853.077 autovetture a marzo 2020, il primo mese in cui sono state attivate le misure di contrasto alla diffusione del COVID-19 in tutta Europa, in diminuzione del 52% rispetto a marzo 2019 e con una perdita di 918.000 unità.

Questo disastroso risultato è interamente dovuto all’emergenza coronavirus, che si è inserita in un mercato auto dell’Europa Occidentale che già nei primi due mesi dell’anno era fiacco, ma aveva comunque contenuto le perdite nel 7,2%.

Le nuove immatricolazioni contano 488.023 autovetture in UE14 (-57%), 79.285 in UE12 (-38,2%), 31.085 nei paesi EFTA (-35,8%) e 254.684 nel Regno Unito (-44%).

Molto differenziata appare la situazione nei diversi mercati nazionali dell’area, dove l’entità del calo è comunque strettamente correlata alla data d’inizio della quarantena e all’entità delle misure restrittive adottate.

Eccetto l’Islanda, tutti i mercati hanno mostrano un segno negativo, dal -0,9% della Finlandia all’Italia che, essendo stato il primo paese dove il virus si è diffuso su larga scala, colpendo in particolar modo il cuore economico e industriale del paese, a marzo ha registrato la flessione più pesante, -85%.

I cinque major markets europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna) hanno pesato per il 70% del mercato auto complessivo e hanno registrato una diminuzione delle immatricolazioni del 56%, mentre la loro quota a marzo 2019 era superiore di 6 punti percentuali. In Francia il calo è stato del 72,2% e in Spagna del 69,3%. Pesante, ma più contenuto, l’impatto sugli altri due grandi mercati dell’area e cioè sulla Germania (-37,7%) e sul Regno Unito (-44,4%).

Nel primo trimestre del 2020, il mercato, con 3.054.703 immatricolazioni, risulta in calo del 26% rispetto allo stesso periodo del 2019.
Nei major market il mercato cala più della media europea, -29,2%.
Il mercato dell’UE14+Efta+UK risulta in calo, nel trimestre, del 27%, mentre l’UE12 registra un calo inferiore, -19%.

In tutta Europa associazioni e rappresentanti dell’industria automotive si stanno adoperando senza sosta per organizzare la ripartenza delle attività produttive, o il ritorno alla piena operatività, collaborando con le istituzioni per garantire le massime condizioni di sicurezza ai lavoratori e anche per sostenere le imprese con misure adeguate, soprattutto a favore della liquidità, e per rilanciare il mercato, in un contesto di perdita di potere d’acquisto e aumentata incertezza dei consumatori.

Le misure richieste sono essenzialmente due.
La prima è un forte sostegno finanziario alla filiera dell’auto ed in particolare ai concessionari, che sembrano essere l’anello debole della catena.
La seconda misura richiesta è l’adozione di significativi incentivi per sostenere la domanda.

In particolare,– ha chiarito Andrea Cardinali, Direttore Generale dell’UNRAE, – chiediamo urgentemente l’adozione di misure per un immediato ed efficace sostegno alla domanda di autoveicoli, da parte di consumatori e aziende, combinando l’utilizzo della leva fiscale con strumenti di incentivazione diretta. UNRAE ha già presentato una proposta di misure organiche per tutti i comparti, dalle autovetture ai veicoli industriali. Resta cruciale il fattore tempo per non trovarsi impreparati alla riapertura, e anzi immersi in un’incertezza che paralizzerebbe ulteriormente il mercato sino all’entrata in vigore delle misure”.

Tra le richieste anche una serie di incentivi alla rottamazione di vetture di oltre 10 anni da sostituire con auto nuove Euro 6 o anche con vetture ad emissioni zero o molto contenute.
“La soluzione da adottare – ha spiegato Gian Primo Quagliano, Presidente del Centro Studi Promotor - dovrebbe essere costruita sulla base dei primi incentivi alla rottamazione che nel 1997 consentirono al mercato dell’auto un incremento del 38,8%, un maggior gettito Iva che coprì il costo degli incentivi e lasciò un avanzo per l’erario di 1400 miliardi di lire e un aumento del Pil, certificato dalla Banca d’Italia, di 0,4 punti percentuali”.


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