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Malgrado una sostanziale condivisione degli obiettivi della Strategia presentata dalla Commissione, secondo ACEA è la visione generale ad essere lontana dalla realtà: perché circolino veicoli a zero emissioni serve uno sforzo nella diffusione delle infrastrutture di ricarica.

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La Commissione Ue ha pubblicato la scorsa settimana la Strategia sulla mobilità sostenibile e intelligente del futuro con l'intenzione di compiere il primo passo verso la trasformazione in chiave green e la relativa digitalizzazione del sistema dei trasporti affinchè quest'ultimo possa essere sempre più sostenibile e allo stesso tempo resiliente alle crisi che potrebbero manifestarsi nel futuro.

Tale Pacchetto comprende un Piano d'Azione, 82 azioni mirate e diverse tappe di realizzazione fra le quali, la più "mediatica" è quella che prevede che, entro il 2030, sulle strade europee dovranno circolare almeno 30 milioni di automobili a emissioni zero.

Sull'argomento, puntuale è arrivata la risposta dei produttori europei riuniti sotto la sigla ACEA che, all'indomani dell'annuncio della Commissione, ha diramato una comunicazione nella quale, sostanzialmente, si condivide la strategia di adozione di veicoli a zero emissioni, seppur con qualche distinguo.

I costruttori scrivono che l'industria automobilistica europea "dedica gran parte del suo budget annuale di ricerca e sviluppo di 60,9 miliardi di euro alla decarbonizzazione" e tuttavia l'ambizione dei 30 milioni di autoveicoli a zero emissioni in circolazione al 2030 è ritenuta "audace".

"Purtroppo - ha dichiarato Eric-Mark Huitema, DG ACEA - questa visione è molto lontana dalla realtà odierna".
Su un parco circolante di 243 milioni di autovetture (dati ACEA), lo scorso anno solo meno di 615.000, ovvero circa lo 0,25%, si potevano considerare veicoli a zero emissioni, considerando il totale delle auto elettriche a batteria e auto elettriche a celle a combustibile.

Per raggiungere l'obiettivo presentato dalla Commissione, occorrerebbe, scrivono i costruttori, aumentare di 50 volte in un decennio il numero dei veicoli green in circolazione.
Ma, ha spiegato il DG Acea, "Nonostante gli investimenti del settore in tali veicoli e la loro quota di mercato in crescita, non esistono tutte le condizioni giuste per fare un salto così imponente".

E il problema non è solo di costo.
La Commissione Ue, riconosce che la conditio sine qua non per la diffusione su larga scala della mobilità sostenibile e degli EV, nonchè la loro appetibilità per gli acquirenti dipende anche dall'analoga diffusione di infrastrutture di ricarica veloce tanto per le autovetture, quanto per i veicoli pesanti.

Allo stesso tempo, lamentano i costruttori, non si evidenzia una armonizzazione fra le ambizioni comunitarie di riduzione delle emissioni di CO2 delle auto e l'ambizione di ampliare la rete infrastrutturale di ricarica quand'è ovvio, che: "più alti diventano gli obiettivi climatici, più alti dovrebbero essere gli obiettivi per i punti di ricarica e le stazioni di rifornimento".

Se la Commissione stima, con prudenza, che saranno necessari 3 milioni di punti di ricarica pubblici entro il 2030, va altresì segnalato che nel 2019 in tutta Europa ne erano presenti meno di 200.000 (199.825 per l'esattezza e di questi solo 28.586 sono adatti per la ricarica rapida (≥22kW), mentre i restanti, con un rapporto 1 a 7 rappresentano la stragrande maggioranza).
Tra l'altro, non v'è una omogeneità nella localizzazione di tali punti dal momento che solo 4 Paesi (Paesi Bassi, Germania, Francia e Regno Unito) che coprono appena il 27% della superficie totale dell'UE detengono oltre il 75% di tutti i punti di ricarica presenti nell'Unione e, d'altro canto, vi sono appena 137 stazioni di rifornimento di idrogeno in 12 Stati membri dell'UE, ma 16 Paesi non ne hanno affatto.
Con questi numeri (stima ACEA), raggiungere l'obiettivo Ue richiederebbe, in appena un decennio, l'installazione di un numero di infrastrutture di ricarica superiore di 15 volte quelle attuali.

Pertanto, i 16 principali produttori di auto, furgoni, camion e autobus con sede in Europa chiedono ai Legislatori di Bruxelles di spingere i governi nazionali a investire nelle infrastrutture di ricarica e rifornimento, come parte di una revisione urgente e critica della Direttiva 2014/94/UE, del 22 ottobre 2014, nota anche come AFID (Alternative Fuels Infrastructure Directive).
Revisione che, secondo i costruttori, dovrebbe però includere obiettivi infrastrutturali vincolanti per gli Stati membri dal momento che: "L'esperienza - ha affermato Huitema - ci ha dimostrato che un approccio volontario a questi obiettivi infrastrutturali non funziona... Mentre alcuni Paesi dell'UE sono stati molto attivi, altri hanno fatto poco o niente".

Ma la risoluzione della carenza infrastrutturale di ricarica non dovrà essere l'unica strada da percorrere per spingere i consumatori verso veicoli più green e sostenibili; per l'industria automotive serve anche:
- una tariffazione più aggressiva del carbonio;
- il prosieguo delle iniziative a favore del rinnovamento del parco circolante (ovvero incentivi all'acquisto);
- misure di sostegno per il miglioramento e la riqualificazione dei lavoratori per facilitare la trasformazione del settore.

Tuttavia, avverte ACEA, occorre tener presente che l'età media di un'auto in Europa, oggi è di quasi 11 anni, ma uno degli effetti delle misure di decarbonizzazione sarà una crescita dei costi di acquisto dei nuovi modelli, cosa che, in un momento congiunturale quale quello post-pandemia, "rischia non solo di compromettere l'accessibilità economica della mobilità, ma anche di far aumentare l'età media delle auto, rallentando così il rinnovo della flotta".

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