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I dati degli ultimi mesi parlano chiaro: meno immatricolazioni e più propensione al risparmio

Per gli economisti le parole “crisi “ e “depressione” hanno il colore fosco di eventi calamitosi e, al verificarsi di particolari congiunture sfavorevoli ai mercati, non poche Cassandre evocano lo spettro del ’29 e citano, a mo’ di monito, le date del 24 e 29 ottobre di quello sfortunato anno.
Tuttavia, senza voler essere troppo pessimisti e pur mantenendo un ragionevole distacco dalla percezione emotiva dei singoli eventi è pur vero che, come alla fine degli anni ’20, il crollo della Borsa americana ebbe effetti a cascata anche sulle economie europee (e allora non si parlava certo di globalizzazione del mercato). Oggi, la caduta del credito al consumo d’oltreoceano, il forte indebolimento dei mutui subprime, la recessione economica che si è allargata al comparto manifatturiero e, su tutto, l’innalzamento (molto speculativo) del prezzo del petrolio, hanno fatto sentire il loro effetto su scala internazionale.
A farne le spese, dopo il mercato dell’energia e dei prodotti alimentari è stato, guarda caso, il comparto automotive.

A fine giugno, i segnali di cedimento erano stati più che evidenti con il crollo del titolo di General Motors (-12%) che faceva piombare il mercato ai minimi storici del “lontano” 1995.
Del resto, con la recessione in atto nel mercato nordamericano è dura, per il consumatore locale acquistare “beni di lusso” come BMW, Golf, Toyota, pagate in yen ed euro (monete ormai molto più forti del “povero” dollaro). Di conseguenza i produttori della vecchia Europa e del Giappone rampante, stringono la cinghia e giocano al ribasso taccheggiati vieppiù da normative sempre più strette per quanto riguarda performance ecologiche, limiti di emissione e l’aumentare della percezione di una mobilità ormai caotica che ha perso totalmente (o quasi) il suo fascino.
È, forse l’inizio della fine per un comparto che nella sola Europa garantisce l’occupazione di circa 12 milioni di persone? Se il calo delle vendite in Eurolandia ha raggiunto in primavera il picco del -8%, si consideri che nella produzione pesa non solo l’aumento del petrolio (da diversi mesi in corsa inarrestabile), ma anche e soprattutto, l’aumento sconsiderato dei metalli e del costo dell’energia.Se questo non fosse bastato, il colpo di grazia è arrivato da oltreoceano dove gli acquisti di autovetture straniere sono calati dell’11%! La crisi del mercato americano, ovviamente, ha colpito duro quei produttori che vedevano nel nuovo continente lo sbocco privilegiato per i loro prodotti a quattro ruote; principalmente i giapponesi.
Ma vediamo di analizzare insieme qualche dato per avere un quadro della situazione in Europa e in Italia. Il “giugno nero” dei costruttori di automobili ha visto un calo di immatricolazioni del 7,9% nell’UE a 27 più area EFTA (Islanda, Svizzera, e Norvegia), pari a 1.427.008 nuove au- tovetture contro 1.549.574 dello stesso mese dell’anno precedente. L’andamento dell’intero primo seme- stre 2008 sembra registrare un calo appena più leggero rispetto all’omologo del 2007 (- 2,2%) eppure gli effetti si notano e preoccupano gli analisti. In Italia le nuove immatricolazioni sono scese del 19,15% (184.275 unità contro le 228.924 di un anno fa), mentre il volume globale delle vendite (575.734 autovetture) ha interessato solo per il 32,01% auto nuove e per il restante 67,99% auto usate.
Da notare che il picco positivo di immatricolazioni che aveva interessato il 2007 era in parte dovuto all’euforia degli incentivi governativi per la rottamazione delle vecchie autovetture, cosa che non si è ripetuta con la Fi- nanziaria 2008.
Purtroppo, la pura di insolvenza da parte degli istituti di credito, l’impossibilità di contrarre mutui da parte dei lavoratori atipici e a tempo determinato, l’incertezza economica che si protrae nel tempo e la certezza, viceversa, di una retribuzione molto al di sotto delle aspettative di chi vorrebbe spingere agli acquisti, stanno cambiando le regole di un gioco che per troppo tempo si è dato per assodato.
Ora, dunque, per i Costruttori si aprono scenari di forte indeterminazione, le cui soluzioni (a medio e lungo termine) si possono riassumere nella corsa ai nuovi mercati dei Paesi emergenti e nell’offrire prodotti sempre più performanti e tecnologicamente avanzati in grado di solleticare le richieste di maggior eco-compatibilità e sostenibilità energetica.
Per i consumatori non resta che sperare in un riassestamento del mercato (che non potrà avvenire in tempi rapidi) e, nel frattempo, dividersi nei raggruppamenti che raccolgono, da un lato chi può permettersi di sostituire l’auto con una certa frequenza, dall’altro chi dell’auto dovrà disfarsi a poco a poco.
Di certo, quand’anche le risposte per una mobilità pubblica più accessibile tardano a concretizzarsi al di là di singole e lodevoli iniziative locali, può darsi che il crescere della domanda di mobilità sostenibile e low cost, spinga le Amministrazioni Locali e quella Centrale a serrare le fila e proporre valide alternative alle “quattro ruote a testa”.
In caso contrario potrebbe non essere lontano, né ridicolo il ricorso ai vecchi, ecologici piedi.

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