Anche Frost & Sullivan conferma la crisi che sta travolgendo il mercato del riciclaggio dei rifiuti

La crisi economica che ha colpito il mercato globale, nel Vecchio Continente comincia a far vedere i suoi effetti negativi in tutti i settori della società e dell'industria e a farne le spese, manco a dirlo, è ancora una volta l'ambiente. Non solo perché in periodi di "vacche magre" Innovazione Tecnologica, Ricerca e Sviluppo vedono sottrarsi i fondi necessari a scapito della sopravvivenza di un antieconomico e rassicurante status quo, ma anche perché la contrazione dei mercati ha determinato un ristagno di alcune tipologie di materiali riciclabili, il cui prezzo sul mercato è caduto vertiginosamente provocando la formazione di grandi volumi di rifiuti in attesa di essere avviati al riciclo. Conseguenza dell'eccessivo costo di smaltimento degli stessi, è lo spettro dello "svantaggio economico" delle attività di riciclo stesse; spettro che, in alcuni Paesi di Eurolandia è già una preoccupante realtà.

A dirlo è la prestigiosa Frost & Sullivan, società globale di consulenza per lo sviluppo economico di impresa, da oltre 40 anni operante in tutto il globo per fornire ai propri clienti supporto ed informazioni per l'individuazione di strategie innovative. Lo scenario che si presenta agli occhi degli addetti ai lavori è di per sé piuttosto inquietante: accumulo dei rifiuti nelle discariche, nei centri di raccolta e trattamento e nei magazzini; maggiore ricorso alla materia prima; impennata dei processi industriali poco sostenibili e aumento delle spese energetiche. Il tutto, paradossalmente, mentre si tenta di rendere operative normative sopranazionali che tentano proprio di promuovere la diffusione del riciclaggio, della riduzione del rifiuto alla fonte e del minor conferimento in discarica. E i venti di crisi non sembrano destinati a calare nel breve periodo. Infatti, secondo gli analisti della prestigiosa Società, date le premesse attuali, il volume dei rifiuti in attesa di essere avviati al riciclo, continuerà a crescere almeno sino alla fine del primo trimestre del 2009. Inoltre, se fino ad oggi il grande collettore dell'offerta di materiali riciclabili era il mercato asiatico, la caduta della domanda da questi mercati non fa che peggiorare la situazione. In mezzo a tanto pessimismo, in parte giustificato dai fatti, qualche nota di speranza arriva dalla programme manager Frost & Sullivan per la gestione dei rifiuti, Suchitra Padmanabham, la quale ha sottolineato che: "I Governi dei Paesi europei hanno già risposto al declino attuale aumentando la spesa al fine di introdurre nuova liquidità nell'economia e ciò è risultato in nuovi progetti infrastrutturali in Paesi come in Regno unito, già profondamente colpito dalla crisi finanziaria". "Al fine di contenere il danno ha proseguito le società energetiche e di smaltimento dei rifiuti sono state incoraggiate a intraprendere progetti che creano opportunità nei settori della minimizzazione, della selezione e della separazione dei rifiuti". Mentre il resto d'Europa si interroga e si arrovella per rispondere positivamente alle problematiche succitate, l'Italia si barcamena tra un tentennante "vorrei ma non posso" e un ancora più preoccupante "pollice verso". Si invoca a parole la tutela dell'ambiente e del territorio e poi si corteggia l'idea delle "grandi opere" e della cementificazione "libera"; si annuncia il bisogno di ridurre i rifiuti, ma questi aumentano contro ogni previsione (+ 12% dal 2000 al 2006); ancora più grave il fatto che una buona metà dei rifiuti prodotti dalla città (54% per l'esattezza) venga smaltita in discarica, o peggio, sottratta alle statistiche ufficiali per scomparire nel vuoto dei traffici illeciti (19,7 milioni di tonnellate sparite nel 2005, formerebbero una montagna dicono a Legambiente alta 1.970 metri). Senza contare che a fronte di un buon numero di comuni italiani che nel 2007 hanno superato l'obiettivo di raccolta differenziata del 40% (1.081 virtuosi), va detto che il sistema di commissariamento per quelle regioni in emergenza rifiuti (sistema che, a detta di alcuni, non è stato in grado di risolvere definitivamente il problema), ha pesato sulle tasche della cittadinanza per 1,8 miliardi di euro. Se poi si considera il meccanismo del CIP6, nato per finanziare le fonti rinnovabili e finito a foraggiare le cosiddette "assimilate" (leggi: rifiuti), si può ben vedere come da noi, il ricorso al riciclo, già poco incentivato, sia di questi tempi un'attività a rischio d'impresa e totalmente regolata dalle ferree logiche del guadagno personale, non già dell'opportunità di tutti.


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