A marzo sono state vendute poco più di 28.000 auto, un livello paragonabile a quelli dei primi anni ’60 quando il processo di motorizzazione di massa nel nostro Paese stava muovendo i primi passi.

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Come previsto, l'emergenza coronavirus ha portato inevitabilmente al crollo delle immatricolazioni di veicoli nuovi, determinando un contesto negativo mai vissuto sul mercato automobilistico.

Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a marzo sono state vendute appena 28.326 autovetture per un crollo dell’85,4% e una perdita di quasi 166.000 unità rispetto allo stesso mese dello scorso anno quando furono registrate 194.302 immatricolazioni.
Nessun canale è esente dal collasso: nell’intero mese, fanno -82% i privati, -88% il noleggio e -91% le società.

I volumi immatricolati nei primi due mesi del 2020 ammontavano a 318.545 unità, il 7,3% in meno rispetto ai volumi dello stesso periodo del 2019, mentre nel cumulato gennaio-marzo si registrano 347.193 unità e un pesante calo del 35,5%.

Concretamente c’è da aspettarsi che fra marzo ed aprile il mercato auto possa perdere 350.000 pezzi ed un possibile calo del 60% su base annua ove dovessero permanere i provvedimenti attualmente in vigore. - ha dichiarato Adolfo De Stefani Cosentino, Presidente di Federauto - Tutto questo è molto preoccupante per la tenuta del sistema occupazionale delle concessionarie: nel 2007-2019, di fronte ad un calo del 23,2%, persero il lavoro circa 30.000 addetti. È presto per tirare conclusioni perché dobbiamo ancora capire come evolverà la situazione nei prossimi mesi, ma oggi non possiamo essere ottimisti”.

Il settore automotive sta vivendo un doppio shock:
- sull’offerta: con il blocco degli stabilimenti produttivi l'ACEA ha stimato per 16 giorni di chiusura, per l’UE allargata al Regno Unito, una perdita di oltre 1,2 milioni di veicoli, di cui 78.000 in Italia, senza contare il fortissimo impatto sulla componentistica;
- sulla domanda, con l’inibizione dei consumi dovuta alla chiusura della rete di vendita e con le enormi preoccupazioni dei consumatori sull’impatto occupazionale della crisi.

“La risoluzione in tempi non brevi della drammatica crisi sanitaria da COVID-19, – ha commentato Michele Crisci, Presidente UNRAE – con gli effetti che la chiusura avrà sull’economia, e il tracollo, senza precedenti nella sua dimensione e velocità, del mercato auto che abbiamo visto nelle scorse settimane lasciano presagire una pesantissima caduta del mercato auto nel 2020, che potrebbe chiudere, nel migliore dei casi, intorno a 1.300.000 unità, un terzo in meno rispetto al 2019.
L’impatto di un blocco di 2 o 3 mesi sarebbe comunque devastante per l’intero settore automotive in Italia e in particolare per la filiera della distribuzione e assistenza, con il concreto rischio di chiusura di numerose imprese del comparto, per mancanza di fatturato e conseguente crisi di liquidità, e di perdita di una quota consistente dei 160.00 occupati”.

Tutte le associazioni di categoria chiedono quindi al Governo l’adozione di misure assolutamente improrogabili a sostegno di un settore che contribuisce al 10% del PIL e genera circa 80 miliardi di Euro annui di gettito fiscale, al fine di evitare la crisi irrisolvibile di numerose imprese del comparto e scongiurare la perdita di migliaia di posti di lavoro.

Sono immediatamente necessari interventi a supporto della liquidità, affinché le aziende possano far fronte al crollo della domanda e del fatturato: tra questi, si chiedono la conversione delle perdite fiscali in credito d’imposta, l’introduzione di finanziamenti agevolati del capitale circolante con durata fino a 10 anni e garanzia dello Stato, la sospensione di tutti i pagamenti per imposte, tasse e contributi previdenziali e assistenziali fino alla fine del periodo di emergenza e una riduzione dei tempi necessari ad ottenere il rimborso dei crediti d’imposta.

Fondamentale anche sostenere le attività di ricerca, sviluppo e innovazione, motore della crescita del sistema Paese, incrementando i relativi crediti d’imposta e prorogandoli fino al 2025, nonché gli investimenti in beni strumentali, agendo in maniera analoga sul credito d’imposta introdotto dalla legge di bilancio 2020.

Tra i provvedimenti utili ad innescare la ripresa, quando le concessionarie torneranno ad operare, si pensa ad un rafforzamento del bonus esistente per le vetture elettrificate fino a 60 g/km di CO2, con maggiori risorse destinate, e l’inclusione di un’ulteriore fascia incentivabile per vetture ad alimentazione alternativa fino a 95 g/km di CO2, così da rivolgerlo ad un pubblico più vasto, rendendolo strumento idoneo a risollevare la domanda già nei prossimi mesi.

Per il comparto strategico delle auto aziendali, inoltre, sarebbe opportuno allineare la tassazione italiana a quella degli altri Paesi UE, innalzando la detraibilità IVA dal 40% al 100%”.

Per Federauto, al momento è prioritario concentrarsi sui mezzi necessari a salvare il maggior numero di concessionarie, anche con il concorso dei costruttori dai quali si aspettano un supporto importante specie nella gestione degli ingenti stock presso le concessionarie, senza trascurare l’intervento per il riequilibrio della gestione economica in presenza del crollo dei volumi.
Non mancano pesanti critiche al comportamento del management di alcune case automobilistiche, per l'inaccettabile ed ingiustificato ritardo, assolutamente non correlato allo stato di urgente bisogno delle concessionarie.

Secondo il Centro Studi Promotor, per rilanciare la domanda non appena l’emergenza finirà, bisogna prevedere incentivi anche per l’acquisto di auto ad alimentazione tradizionale di ultima generazione a fronte della rottamazione di veicoli di generazioni precedenti, non escludendo la rottamazione incentivata di auto usate molto inquinanti con auto usate più recenti, sul modello del 1997 quando gli incentivi alla rottamazione ebbero effetti molto significativi, con costi interamente coperti dal maggior gettito Iva sulle vetture vendute con incentivi, con la mobilitazione di una parte dell’ingente patrimonio costituito dal risparmio dei privati e con un contributo allo sviluppo del Pil stimato dalla Banca d’Italia in 0,4 punti percentuali.


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